Il “paleo-mais”, dalle caverne al miglioramento genetico

Il “paleo-mais”, dalle caverne al miglioramento genetico

Può un granturco antico aiutarci ad affrontare il cambiamento climatico?

Negli ultimi anni è aumentato sempre di più l’interesse per i cereali “antichi”, come il frumento Senatore Cappelli e il mais Nostrano di Storo, considerati superiori rispetto alle moderne varietà commerciali dal punto di vista organolettico.

Ma oltre a una mera questione gastronomica, può un granturco proveniente dal passato aiutarci invece ad affrontare delle cruciali sfide future come il cambiamento climatico e la desertificazione?

Sì, secondo un team guidato da ricercatori dell’università di Copenaghen. Questi scienziati hanno effettuato uno studio di “paleogenomica” sequenziando un reperto di mais antichissimo, rinvenuto in Messico nella valle di Tehuacan, a poche centinaia di km dal presunto sito di domesticazione del mais a partire dal suo progenitore, il teosinte. L’indagine molecolare ha permesso di osservare che questo campione primitivo può essere considerato come un “anello di congiunzione” tra il mais moderno e il suo antenato. Oltre che in termini strettamente biologici, i risultati ottenuti sono naturalmente significativi anche dal punto di vista archeologico, poiché la coltivazione e la diffusione del mais sono intimamente legati allo sviluppo dei grandi imperi dell’America precolombiana.

Ma la vera sorpresa sono i risvolti economici di questo tipo di indagine: il miglioramento genetico e le attuali pratiche agricole, come ad esempio la monocultura, hanno provocato una massiccia perdita di diversità genetica delle specie coltivate, un pericoloso fenomeno che può rendere le colture estremamente vulnerabili a condizioni ambientali avverse e ad attacchi patogeni (un triste esempio fu la Grande Carestia che si abbatté sull’Irlanda verso la fine del diciannovesimo secolo, causata dalla distruzione delle coltivazioni di patata ad opera del fungo peronospora).

A questo proposito, dicono i ricercatori autori dello studio, possono venire in nostro soccorso le più moderne tecnologie al servizio della scienza; essi affermano infatti che “comprendere come il mais si è adattato ad ambienti diversi e come il suo contenuto nutrizionale è cambiato nel corso dei millenni può aiutare i breeder a sviluppare nuove varietà più resistenti a patogeni e più in grado di adattarsi ad ambienti estremi, grazie all’utilizzo di serbatoi di informazione genetica mai sfruttata sinora”.

Si tratta quindi, è proprio il caso di dirlo, di un vero e proprio “ritorno al futuro”.

Sara Castelletti


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    Il mondo della ricerca sostiene che miglioramento genetico vegetale rappresenta uno dei settori attraverso i quali è possibile aumentare competitività e sostenibilità del sistema agricolo anche rispetto alle sfide della efficienza produttiva, dei cambiamenti climatici, della sostenibilità delle produzioni, con riferimento soprattutto alla riduzione dell’uso dei pesticidi. Tra le nuove tecniche biotecnologiche, quelle più promettenti e per le quali vi è un notevole interesse della comunità scientifica, sono la cisgenesi e il genome editing. Si tratta di tecnologie di recente messa a punto che permettono di modificare in modo mirato il patrimonio genetico di una varietà commerciale, frutto spesso di numerosi anni di breeding, riproducendo quanto avviene attraverso le mutazioni naturali o l’incrocio naturale (processi che sono alla base della struttura genetica delle moderne varietà coltivate di tutte le specie agrarie), ma in maniera rapida e selettiva. 

    ll miglioramento genetico vegetale rappresenta uno dei settori attraverso i quali è possibile aumentare competitività e sostenibilità del sistema agricolo anche rispetto alle sfide della efficienza produttiva, dei cambiamenti climatici, della sostenibilità delle produzioni, con riferimento soprattutto alla riduzione dell’uso dei pesticidi. Tra le nuove tecniche biotecnologiche, quelle più promettenti e per le quali vi è un notevole interesse della comunità scientifica, sono la cisgenesi e il genome editing. Si tratta di tecnologie di recente messa a punto che permettono di modificare in modo mirato il patrimonio genetico di una varietà commerciale, frutto spesso di numerosi anni di breeding, riproducendo quanto avviene attraverso le mutazioni naturali o l’incrocio naturale (processi che sono alla base della struttura genetica delle moderne varietà coltivate di tutte le specie agrarie), ma in maniera rapida e selettiva. 

    Patricija Muzlovic

  • Cosa significa di preciso "innovazione varietale"?

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    L’Unione Internazionale per la Protezione delle Nuove Varietà Vegetali è  nata a seguito di una Convenzione, sottoscritta a Parigi nel 1961 appunto per la protezione delle nuove varietà di piante.  Entrata in vigore nel 1968, è stata poi oggetto di successive revisioni nel 1972, 1978 e 1991 (quest'ultimo in vigore dal 24/4/1998). Scopo dell'UPOV è quello di promuovere un efficiente sistema di protezione sui ritrovati vegetali ed assicurare che i membri dell'Unione riconoscano i risultati raggiunti dai costitutori vegetali, concedendogli un diritto di proprietà intellettuale. Inoltre assiste i paesi membri nel processo di implementazione nella propria legislazione nazionale. Attualmente (luglio 2011) aderiscono all'UPOV 70 paesi, fra cui anche l'Italia.

    Per essere idonee alla protezione, le varietà devono rispondere a requisiti di: novità e distinguibilità dalle varietà già esistenti, uniformità e stabilità. I costitutori vegetali (breeders) che operano in Italia hanno due possibilità alternative per tutelare le proprie novità vegetali:

    • tutela solo per l'Italia, con la protezione nazionale per le nuove varietà vegetali, attraverso il Decreto Legislativo 10 febbraio 2005, n.30;
    • tutela per tutto il territorio della Comunità Europea, con il regime comunitario di privativa per i ritrovati vegetali (Reg. (CE) 2100/94).

    Patricija Muzlovic