Gravner: Coltivare il vino.

Gravner: Coltivare il vino.

Viticoltura

Josko Gravner e la sua produzione vitivinicola racchiusa in un libro

"Gravner - Coltivare il vino" è il titolo del nuovo libro su Joško Gravner, viticoltore di Oslavia (Gorizia), edito dal Cucchiaio d'Argento in tre lingue (italiano, sloveno e inglese), frutto di un lavoro di oltre otto mesi di Stefano Caffari, autore dei testi e del fotografo Alvise Barsanti e uscito nel 2015, in contemporanea con il lancio dell’annata 2007 dei vini dell’azienda di Oslavia (Gorizia): un affinamento di 7 anni prima della messa sul mercato non è cosa da tutti.

Gravner ha un modo e un tempo tutti suoi per vivere la terra, coltivarla e cercarne l’espressione più autentica. Nel libro il lettore viaggia dalla cantina alla vigna, dalla terra alla terracotta, in un continuum che sottolinea tanto gli aspetti più esaltanti (i grandi successi degli anni’80 e ’90) quanto quelli lavorativamente più tragici (la pesantissima grandinata del ’96 che ha segnato le viti e la vita di Gravner, costringendolo a riconsiderare il suo modo di fare vino).

Mateja Gravner, figlia di Joško e coordinatrice editoriale del libro nonche la nuova responsabile marketing dell’azienda, si è detta soddisfatta del lavoro, in cui Caffarri “è riuscito a esprimere con le parole la nostra essenza, quello che siamo e quello che i nostri vini vorrebbero comunicare”.

Gravner: un viticoltore transfrontaliero e la sua modalità particolare di fare il vino

Gravner è considerato uno dei padri della viticoltura rigorosa sia in Italia che all'estero. Viticoltura rigorosa in cantina significa non filtrare, non chiarificare, non piegarsi a pratiche che non siano quelle minime della follatura durante la fermentazione, e un po' di zolfo - ma poco - quando serve. Nei suoi 15 ettari tra la Slovenia e l’Italia, a Lenzuolo Bianco, una località di Oslavia (Gorizia), 8mila piante a ettaro, produce 230 ettolitri di vino: Bianco Breg, Ribolla, Rosso Gravner, o Rosso Breg. La sua azienda di Oslavia è oggi conosciuta in tutto il mondo per i vini prodotti in anfora, cioè grandi anfore in terracotta interrate (la capacità media delle anfore è di 200 ettolitri), con lunghe macerazioni sulle bucce, una modalità antica di conservazione utilizzata nella zona di Kakheti nel Caucaso (Giorgia) che Gravner ha iniziato ad utilizzare già nel 2001. Secondo Gravner nell'acciaio inossidabile, il vino non può respirare e si annienta. Nelle anfore invece trova l'ossigeno necessario per vivere. "Tre cose sole servono per fare il vino: la terra, il vetro ed il legno. L'Anfora deve essere interrata perché è come un utero per il vino. Dal 2000 in poi non ho più controllato il grado zuccherino, se tu non sottrai o non aggiungi non hai nulla da controllare", racconta il produttore.

Ma i cambiamenti negli anni hanno riguardato anche i vigneti. Infatti, nei grandi vigneti sono stati introdotti cinque stagni artificiali, cercando di ripristinare quell'equilibrio naturale che le coltivazioni intensive e le monocolture distruggono. Grazie all'acqua arrivano nel vigneto piante, insetti e animali a cui è stato sottratto spazio vitale, fondamentali per una buona salute dell'ambiente. Sulle terrazze dei vigneti hanno trovato spazio diversi alberi: olivi, cipressi, meli selvatici, ornielli, sorbi. Sono importanti perché forniscono riparo a molti animali e supportano i nidi artificiali che sono stati appesi per ospitare diverse specie di uccelli.

Da qualche tempo Gravner ha deciso di puntare tutta la sua produzione di due soli vini, due vitigni. Uno è la Ribolla mentre l'altro è il Pignolo, un vitigno autoctono a bacca rossa di questa zona. "È da tempo che mi voglio concentrare solo sui vitigni della zona. Credo che sia giusto interpretare nel modo migliore quello che vuole questa parte del Friuli,“ spiega Josko, “ho ridotto la produzione a due sole etichette, ho eliminato un po' di vigneti adesso gli ettari vitati sono circa 14 per ventimila bottiglie. Produrre di più? Potrei ma non mi interessa, caso mai ho in progetto di impiantare altri quattro di Ribolla per sostituire quello che ho tolto". Tutto rigorosamente ad alberello e, come sempre, vicino a un boschetto affinché all'uva non manchi mai il supporto degli alberi che facilitano l'aria pura e le escursioni termiche. 

La tradizione dei vini Orange: dal libro al documentario

È uno stile di vini nuovo, con il quale gli anglosassoni per praticità hanno etichettato i vini prodotti da uve bianche attraverso la macerazione prolungata. Il mosto in fermentazione rimane a lungo in contatto con le bucce dei chicchi, traendo da esse i tannini e il colore arancione dorato con tendenze all'ambra, “Orange” appunto. Tanto che in alcuni paesi, in particolare la Georgia, in vini orange vengono denominati ambrati. È lo stesso procedimento di vinificazione dei vini rossi, un tempo usato anche per i bianchi e oggi ripreso da alcuni produttori stanno riprendendo le vecchie tradizioni.

 I vini arancione costituiscono una piccola ma importante nicchia nell’ampia offerta dei vini, prodotti in tutto il mondo da piccoli produttori indipendenti che vanno contro le regole del mercato.  Quello che viene ormai definito l'epicentro della produzione mondiale racchiude l’area del nord Adriatico, nei territori tra Slovenia, Italia, Croazia e Austria, che si estendono dall'Istria attraverso il Carso e la valle del Vipacco fino al Collio e alla bassa Friulana. Mentre al nord si stanno convergendo all’ Orange le aree della Stiria e della Carinzia. Cresce anche il numero dei vignaioli che attraverso lo scambio di esperienze, opinioni e conoscenze tramandano i metodi di produzione tradizionale sviluppando così nuove conoscenze per affinare e migliorare i loro vini.

 La patria del vino o il suo territorio di origine viene comunemente considerata la Georgia. Da qui la caratteristica produzione nei Kvevri, contenitori di argilla sepolti nella terra dove il vino macera rimanendo a contatto con le bucce per diversi mesi. Da qui si espanse nell’Europa centrale e occidentale. I vini bianchi a lunga macerazione sono prodotti su piccole aree. Le produzioni sono contenute, come anche le superfici dei vigneti. Un territorio che dall’Adriatico settentrionale si sta lentamente estendendo in Italia, Austria, Germania, Francia, Spagna, Ungheria, Serbia e nelle nuove regioni vinicole come sono la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti.

 Dal 2014 viene dedicato a questi vini anche un festival dedicato e nel 2016 viene presentato “Skin Contact: Development of an Orange Taste”, un documentario firmato da Laura Michelon e Mike Hopkins, produzione Bottled Films. Il film presenta il pioniere di questa rinascita, il viticoltore Josko Gravner, insieme al fondatore di Vin Natur – Angiolino Maule e Daniele Piccinin. Trenta minuti per raccontare come nascono i vini sottoposti a macerazione sulle bucce, per comprenderne la natura “rivoluzionaria” di un processo che ha generato anche reazioni controverse, ma che vede oggi una curiosità crescente nei consumatori. Il documentario concentra l’attenzione sulla filosofia dell’autoctonicità che affonda le radici nella tradizione, andando pure oltre biologico e biodinamico.

 È un ritorno al passato, ma soprattutto un forte balzo nel futuro, tant’è che in molti seguono l’esempio di Gravner nella sua idea di riportare il vino al suo significato originario. Ciascuno ha un proprio percorso e una propria cultura orange, tanto che il documentario affianca al produttore del Collio friulano le storie di Angiolino Maule da Gambellara, fondatore dell’Associazione VinNatur, e Daniele Piccinin, viticultore a cavallo tra Soave e la Lessinia. Sono “tre generazioni di coltivatori di uve indigene, lontani tra loro ma vicini per il profondo legame tra la natura e l’uomo”, congiunti sullo schermo da una sorta di filo rosso che attraversa le regioni e le generazioni.

 Il documentario è in vendita sul sito di Bottled Films al costo di 5 euro. Sul sito si può vedere anche il trailer.

Patricija Muzlovic

 

 

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