Parasites of Breeding Fish

Parasites of Breeding Fish

Italian and European fish farming

Il settore dell’itticoltura europea occupa direttamente 80mila persone e fattura 3 miliardi di euro l’anno. L’Italia ha circa 750 siti produttivi, con un totale di 64mila tonnellate/anno e una produzione lorda vendibile di 338 milioni di euro, con 14mila addetti al “sistema acquacoltura”, compreso l’indotto. Il Friuli Venezia Giulia ha una produzione totale di 12mila tonnellate/anno, in circa 80 impianti produttivi tra acqua dolce e acqua salata.

L’itticoltura consiste nell’allevamento degli organismi acquatici, quali pesci, molluschi, crostacei e piante con l’obiettivo di consolidare e incrementare la produzione. Questo obiettivo può essere raggiunto o con decisi interventi sulla vita degli animali, quali la riproduzione artificiale, la somministrazione di mangimi commerciali e in molti casi l’ossigenazione delle acque – si parla quindi di allevamento intensivo – oppure semplicemente raccogliendo quello che naturalmente è prodotto in bacini confinati, dove sono state introdotte le forme giovanili degli organismi acquatici allevati, lasciando che la produttività spontanea di quell’ambiente fornisca l’alimento. In questo caso si parla di sistemi di allevamento di natura estensiva.

Esistono molte forme intermedie in cui si può fornire parte dell’alimento oppure si può stimolare la naturale produttività di un dato ambiente tramite interventi di fertilizzazione delle acque, in modo da incrementare la produzione primaria di organismi vegetali alla base della rete trofica acquatica. L'acquacoltura semiestensiva fornisce produzioni superiori a quelle ottenibili con le sole risorse naturali; è prevista la concimazione con azoto e fosforo, maggiore densità di allevamento, un contributo di mangimi e di avannotteria. I bacini sono di maggiore profondità per favorire l’ossigenazione delle acque con il movimento dal basso verso l’alto determinato dalle variazioni di temperatura.

Nell’UE importiamo attualmente il 68% dei prodotti ittici che mangiamo e solo il 10% è allevato sul territorio europeo. L'acquacoltura europea già impiega in maniera diretta più di 80 000 persone: una cifra destinata ad aumentare man mano che cresce la quota di prodotti ittici allevati nell'UE. Attraverso la sua nuova politica della pesca e un sostegno finanziario mirato, l’Unione Europea si è impegnata di sostenere l'espansione di questo settore, creando maggiori opportunità di lavoro e garantendo che tutti i pesci d’allevamento prodotti in Europa continuino ad essere sani, di elevata qualità e sostenibili. Il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali italiano ha reso noto che è stato approvato dalla Commissione europea il programma operativo nazionale FEAMP 2014-2020 che, assieme a risorse nazionali, viene utilizzato per cofinanziare progetti di crescita, sviluppo e innovazione della pesca italiana. Le priorità del FEAMP sono la promozione della pesca e dell’acquacoltura sostenibili sotto il profilo ambientale, efficienti in termini di risorse, innovative e competitive, la promozione della politica comune della pesca, l’aumento dell’occupazione e la coesione territoriale favorendo la commercializzazione e la trasformazione e l’attuazione della politica marittima integrata.

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Breeding, fish species and market demands

Tradizionalmente l’itticoltura europea è nata con l’allevamento di tipo estensivo di pesci d’acqua dolce, passando poi a specie anadrome, per poi arrivare allo sviluppo negli ultimi 50 anni dell’allevamento di specie marine.

Al contrario di quanto avviene nella zootecnia terrestre, dove al giorno d’oggi sono allevate poche specie di mammiferi e di uccelli, l’itticoltura, secondo quanto riportato dalla FAO nel suo report del 2012, vede il coinvolgimento di circa 250 diverse specie ittiche ad altrettante specie di altri animali acquatici. Il coinvolgimento di questo elevatissimo numero di specie diverse di pesci ha comportato che queste non abbiano subito il percorso di addomesticamento spinto che si è ottenuto nel resto degli animali di interesse zootecnico, in quanto lo sforzo di miglioramento genetico non si è concentrato su obiettivi comuni riguardanti un numero limitato di specie. Il bovino o il pollo allevato sono profondamente differenti dalle forme ancestrali selvatiche, in quanto migliorati per adattarli alle condizioni di allevamento e per ottimizzarne produttività. Questi animali risultano quindi totalmente dipendenti dalla presenza dell’uomo e non sarebbero in grado di riadattarsi alla vita in un contesto selvatico. 

Questo fenomeno è avvenuto solo in minima parte in itticoltura. Un pesce allevato che si trovasse a essere liberato nell'ambiente acquatico dopo poco tempo risulterebbe difficilmente distinguibile dagli esemplari selvatici appartenenti alla medesima specie. Questo aspetto è un tema di forte attualità in quanto la fuga di esemplari allevati che vanno a integrarsi alle popolazioni selvatiche della medesima specie può portare a un impoverimento genetico delle popolazioni selvatiche, con rischi alla sopravvivenza di queste ultime. 

La spinta alla diversificazione e all'ampliamento delle attività che oggi si riscontra in itticoltura è il frutto della necessità di soddisfare una nuova domanda del mercato e al tempo stesso di adeguarsi a cambiamenti strutturali e del mercato. Gli allevatori sono alla costante ricerca di specie ittiche che si possano allevare mutuando le medesime tecniche utilizzate con le specie tradizionali, i cui prezzi di vendita siano però superiori, in grado di garantire un profitto maggiore.

Sempre come segnala FAO nel suo rapporto, pesce e prodotti ittici sono a livello mondiale tra le commodity alimentari più commerciate.  Dopo un calo registrato nel 2009, il commercio mondiale di pesce e prodotti ittici ha ripreso il suo trend al rialzo, stimolato da una domanda sostenuta, dalle politiche di liberalizzazione del commercio, dalla globalizzazione dei sistemi alimentari e dalle innovazioni tecnologiche. Il commercio mondiale ha raggiunto nel 2010 la cifra record di 109 miliardi di dollari e le prime stime per il 2011 indicano un possibile nuovo record stimato intorno ai 125 miliardi di dollari.


Diversification, Sustainability and Breeding Problems

Dopo l’avvio delle prime produzioni intensive, caratterizzate dall'entusiasmo e dalla curiosità generata dall'innovazione, la questione ambientale sull'acquacoltura si è posta con forza crescente.

Il mutamento delle condizioni climatiche e ambientali, con la variazione della temperatura media delle acque, ha creato sempre maggiori difficoltà ad allevamenti di animali fortemente dipendenti alla temperatura dell’ambiente in cui vivono. Allevare pesci e altri organismi al di fuori del loro range termico di conforto crea una condizione di stress cronico all'animale e quindi favorisce l’ingresso di nuove patologie negli allevamenti con una conseguente perdita di produttività. Un esempio di diversificazione legato alle criticità climatiche è la riconversione di alcuni allevamenti di pianura presenti in Italia settentrionale che stanno progressivamente abbandonando la produzione di trota per dedicarsi ad altre specie, principalmente lo storione, che ben sopportano e in alcuni casi prediligono le temperature delle acque che durante la stagione estiva superano abbondantemente i 20 gradi centigradi. 

Un’ulteriore spinta che ha generato interesse verso la diversificazione in itticoltura e quindi la ricerca di nuove specie ittiche da allevare in maniera intensiva è l’ottimizzazione di alcune fasi della filiera produttiva. Anche se la maricoltura mediterranea è il comparto che ha visto il maggior numero di tentativi di introduzione di nuove specie ittiche, l’acquacoltura italiana è cresciuta come attività fortemente diversificata grazie alla elevata diversità ambientale che caratterizza il nostro territorio. La scelta di siti adatti è stata sempre ed è tuttora l’arma vincente del successo in acquacoltura, naturalmente se accompagnata dalla corretta capacità di gestione dei processi e di definizione del destino dei prodotti.

La diversificazione in itticoltura ha generato sempre più interesse anche a livello comunitario, spingendo l’Unione europea a finanziare il progetto quinquennale DIVERSIFYFISH all'interno del Programma (7FP-KBBE-2013) del valore di 11,8 milioni di euro, coordinato dal greco Institute of Marine Biology, Biotechnology and Aquaculture (IMBBC), in cui vari gruppi di ricerca di diverse nazioni europee sono al lavoro per trovare le soluzioni alle problematiche emerse nell'allevamento di alcune specie ittiche che hanno dimostrato elevate potenzialità ma che presentano alcune difficoltà che per ora limitano il loro allevamento su larga scala.

Oltre alle questioni sulla diversificazione succitate, una delle problematiche più imponenti e relative alla sicurezza alimentare globale, economica e alla sostenibilità del settore, è legata alle infezioni e ai parassiti, correlati alle condizioni di allevamento che possono causare danni significativi per pesci di allevamento con scarse performance di crescita, elevato tasso di mortalità e uno stato di benessere inadeguato, che si riflettono di conseguenza sulla produzione e sulla performance economica. Prevenzione delle malattie e gestione sono quindi essenziali per la sostenibilità del settore dell'acquacoltura. Mentre le malattie batteriche e virali di pesci a pinne, sono stati ampiamente studiati e hanno assistito a progressi sostanziali nel loro controllo, malattie parassitarie hanno ricevuto meno attenzione e il finanziamento della ricerca. Tuttavia, la prevenzione e la gestione della malattie parassitarie sono essenziali per la sostenibilità del settore dell'acquacoltura europea. La diversità delle specie e delle pratiche agricole in Europa coinvolge un numero significativo di minacce legate ad una grande varietà di agenti patogeni che ostacolano la produzione e richiedono pratiche specifiche di prevenzione e cura e strumenti che garantiscano un elevato livello di biosicurezza della produzione dell'acquacoltura e dei prodotti a base di pesce correlati. 

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University of Udine in the European project for the prevention of aquaculture diseases

Prevenire, controllare e limitare l’azione dei principali parassiti che colpiscono i più importanti pesci allevati in Europa (salmone, trota, carpa, branzino, orata, rombo), provocando gravi epidemie e perdite economiche al settore dell'acquacoltura. È l’obiettivo del progetto europeo ParaFishControl al quale partecipa l’Università di Udine assieme a una trentina di partner, scientifici e non. Il progetto dura 5 anni ed è finanziato con 7 milioni 800 mila euro, di cui 300mila destinati all’Ateneo friulano, nell’ambito del programma europeo Horizon 2020.

ParaFishControl (Advanced Tools and Research Strategies for Parasite Control in European farmed fish) mira ad aumentare la sostenibilità e la competitività dell'acquacoltura europea attraverso soluzioni e strumenti innovativi volti a debellare i parassiti dei pesci di allevamento. Si tratta dell’unico progetto sulle malattie dei pesci finanziato dall’Unione europea, tra un gruppo di 12 presentati, nell’ambito del programma quadro per la ricerca e l'innovazione Horizon 2020.

Quella di Udine l’unica università italiana, assieme a Bologna, coinvolta nel progetto. L’Ateneo è impegnato con l’unità di ricerca di patologia veterinaria composta da Marco Galeotti (coordinatore del gruppo), Paola Beraldo, Donatella Volpatti e Chiara Bulfon. L’equipe sta coordinando le ricerche su alcuni parassiti per individuare modalità di prevenzione e controllo della malattia attraverso nuove sostanze terapeutiche, anche di tipo naturale (fitoterapici), e la produzione di uno specifico vaccino. “Le malattie parassitarie” – spiega il professor Galeotti – “sono in forte aumento, specialmente nel settore marino, e non esistono mezzi efficaci e legalmente riconosciuti per il trattamento di queste patologie. Il progetto riunisce un consorzio multidisciplinare che possiede competenza leader nel mondo e si prefigge di ridurre le forti perdite economiche che i parassiti provocano e di migliorare la qualità del prodotto”.

ParaFishControl, coordinato dalla Spagna con il Consiglio superiore per la ricerca scientifica, interessa 13 Paesi e 30 partner, di cui 20 istituti di ricerca e 10 imprese e allevamenti ittici. I Paesi coinvolti sono Croazia, Danimarca, Grecia, Francia, Germania, Irlanda, Italia (con le università di Udine e Bologna), Norvegia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Regno Unito, Spagna, Ungheria. Nello specifico, il progetto intende generare nuove conoscenze sui principali parassiti che colpiscono i pesci allevati in Europa; determinare cause e modalità di trasferimento dei parassiti dai pesci selvatici a quelli allevati; sviluppare nuove misure di profilassi, compresi vaccini e nutraceutici; sviluppare trattamenti terapeutici innovativi e strumenti diagnostici per le malattie parassitarie; valutare i fattori di rischio coinvolti nella trasmissione delle malattie parassitarie all’uomo; fornire buone pratiche di allevamento per ottenere prodotti salubri e di alta qualità.

L’Università di Udine ha rilevanti competenze nel settore delle patologie ittiche, soprattutto per quanto riguarda lo studio delle cause di malattia, del processo di insorgenza e di sviluppo delle patologie, la valutazione della risposta immunitaria dei pesci e la messa a punto di vaccini. Le principali specie oggetto di studio sono la trota iridea, il branzino e l’orata. L’ateneo collabora con numerosi allevamenti ittici (di acqua dolce e marini) in Italia e in Europa e gestisce un servizio diagnostico per allevamenti e aziende mangimistiche. Possiede inoltre attrezzature scientifiche e strutture, come acquari e stabulari ittici, in grado di supportare ricerche applicate.

Patricija Muzlovic


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